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Consigli ultra-pratici per trasformare le piccole abitudini quotidiane in gesti d'amore per la nostra salute, gli animali, le piante, il pianeta. Azioni semplici liberamente ispirate a decrescita, acrescita, minimalismo, sostenibilità, etica... 
per preservare il nostro futuro e quello di tutte le altre forme di vita.
Come la moda deve rifarsi il look

Come la moda deve rifarsi il look

Fast fashion e ultra fast fashion: perché sono ultra negative e perché… no, non basta a giustificarci, il fatto che ‘i prezzi sono troppo alti per permettersi nuovi vestiti ogni giorno’.

No, non vi servono nuovi vestiti ogni giorno! Ma nemmeno ogni mese! Io ho ancora abiti di quando andavo al liceo e dopo tanti anni sono ancora perfetti. Ora che l’ho scritto, sembra una pubblicità della candeggina degli anni ‘80. E in fondo è un po’ questo il punto: una volta si era felici di poter mantenere in buono stato i propri vestiti preferiti e non dover spendere altri soldi per ricomprarne.

A volte guardo il mio armadio e penso seriamente che, almeno per alcuni tipi di capi, potrei essere a posto per il resto della vita! (Quando mai si romperà, quella giacca a vento che uso per passeggiare con il cane, che dopo 7 anni è ancora indistinguibile da una nuova?!)

Quindi non siamo a corto di vestiti, solo che ci facciamo buggerare da influencer e pubblicità ingannevoli, che ci fanno percepire necessità fasulle, ci fanno credere di non essere abbastanza perché non abbiamo abbastanza e, infine, è anche vero che spesso non ci organizziamo bene!

Spendiamo meglio i nostri soldi: un corso, una donazione a una causa importante, una vacanza, una casa migliore. Vi stupirete di quanto vi rimane in tasca, smettendo di comprare il superfluo! Investite sull’essere una persona migliore e per comprare cose che aumentano realmente il vostro benessere. Sentirete meno il bisogno di apparire, perché vi sentirete appagati e completi.

Un mercato miliardario costruito sullo sfruttamento

Il mercato globale della cosiddetta fast fashion, dominato da giganti, è in rapida crescita e muove cifre miliardarie. Nel 2024 il settore ha generato un fatturato di 141,23 miliardi di dollari, con una previsione di crescita di 317.98 miliardi di dollari nel 2032.

Nel 2024, H&M ha registrato un fatturato di 21,5 miliardi di euro. Inditex, che include marchi come Zara e Massimo Dutti, di 38,6 miliardi di euro, in crescita del 7,5% rispetto al 2023. Shein è salito a 48 miliardi di dollari, in crescita del 50%. Primark ha registrato vendite per 11,8 miliardi di dollari, con un aumento del 6% rispetto al 2023.

Tuttavia, la moda oggi promuove abiti di scarsa qualità, dannosi per la salute e deleteri per l’ambiente, che sfruttano lavoratori, tra cui bambini, magari pagati 3$ al mese e spesso in condizioni di lavoro che il NY Times Upfront definisce ‘scioccanti’.

Un rapporto del 2022 di Business Insider, riportato da Forbes, indica che alcuni lavoratori dei fornitori di Shein fanno turni di 18 ore per soli 4 centesimi a capo di abbigliamento. Mentre a fine 2021 l'ONG Public Eye aveva rivelato che lavoravano 75h a settimana, con 1 solo giorno libero al mese e venivano pagati a capo di abbigliamento, il tutto in flagrante violazione delle leggi sul lavoro.

Lo sfruttamento diffuso dei lavoratori dell'industria dell'abbigliamento costituisce, secondo una collaboratrice di Business of Fashion riportata in un reportage di Good on You, ‘colonialismo moderno’. E i marchi ultra fast fashion sembrano portare il deplorevole record del settore a nuovi minimi. Il reportage approfondisce in particolare come i social, in primis TikTok, abbiano trainato questa deleteria ‘rivoluzione’ della moda, con i gravi abusi sul lavoro da parte dei marchi e il raccapricciante “capitalismo della sorveglianza”.

Nel 2025 il tema è stato molto sentito in tutto il mondo, con proteste, petizioni e azioni dirette di alcuni governi: la moda oggi comporta insostenibili costi sociali e ambientali e i consumatori iniziano a prenderne seriamente coscienza.

Vediamo cosa sono fast fashion e ultra fast fashion, perché sono ultra negative e come cambiare le cose partendo dal nostro armadio!

Il consumismo delirante dell’ultra fast fashion (e il ruolo dei Social)

Oggi, la moda è diventata quasi usa e getta, con una media di 7 utilizzi per capo prima che venga scartato. Inoltre, solo l’1% degli abiti usati viene riciclato ogni anno, mentre il tasso di riciclo dei materiali a livello complessivo è dell’8%. La maggior parte finisce nei rifiuti, anche perché negli ultimi 20 anni, il tempo medio di utilizzo degli abiti è diminuito del 36%.

Il modello di business oggi detto ‘fast fashion’, è emerso negli anni ‘70, quando i marchi di moda hanno iniziato ad esportare la produzione in paesi dove potevano sfruttare manodopera a basso costo per abbassare i prezzi e aumentare il proprio margine di profitto.

Tuttavia, il fenomeno ha preso piede soprattutto dagli anni ‘90, con marchi ancora oggi emblematici del fast fashion, quali H&M e Zara, che hanno accelerato la produzione per stare al passo con le tendenze. Se prima le nuove collezioni di abbigliamento potevano essere previste 2-4 volte all'anno, con il fast fashion i consumatori possono quindi aspettarsi nuove linee di abbigliamento con maggior frequenza, con alcuni marchi che generano 36 collezioni all'anno.

“Ma se il fast fashion è insostenibile, l'ultra-fast fashion è decisamente catastrofico”, spiega Forbes. “Shein, Boohoo e Fashion Nova hanno preso gli aspetti più indesiderabili del fast fashion e li hanno accelerati attraverso previsioni di tendenza basate sui dati”. Secondo il Times Magazine, riporta sempre Forbes, Shein da sola carica giornalmente tra i 2’000 e i 10’000 nuovi modelli, sfruttando le previsioni algoritmiche e il marketing degli influencer per alimentare la domanda dei consumatori.

L'ascesa dei social media ha particolarmente compromesso il funzionamento e lo sviluppo del settore della moda”, scrive Times Now news, principale canale TV indiano di lingua inglese, “I tag sui social media possono rendere virale uno stile o un prodotto dall'oggi al domani, generando una domanda globale nel giro di poche ore. I marchi rispondono rapidamente [...] con una produzione a basso costo per ottenere un enorme vantaggio competitivo sul mercato. In un ecosistema di questo tipo, a farne le spese è l'artigianato [...] e i capi di abbigliamento sono spesso progettati per durare solo poche volte prima di essere gettati via”.

Una delle caratteristiche che alimenta il successo dell'ultra fast fashion è la gratificazione immediata”, analizza Times Now. “Ci sono prodotti in edizione limitata o promossi dagli influencer che alimentano gli acquisti compulsivi e creano un ciclo infinito in cui i clienti sentono il bisogno di rinnovare costantemente il proprio guardaroba e aggiungere continuamente nuovi capi. [...] Questo circolo vizioso crea aspettative irrealistiche in termini di stile personale, poiché i consumatori si sentono sotto pressione per stare al passo con il panorama della moda in continua evoluzione”.

Secondo il report ‘The State of Fashion 2025’, quest’anno i rivenditori di fast fashion hanno ancora consolidato la loro posizione sul mercato. Shein e Temu sono ora i principali rivenditori di moda online negli USA.

Questo successo commerciale, secondo Good on You, si baserebbe in gran parte sull’intelligenza artificiale di TikTok (suppongo anche di altri social, ma questo particolare report si concentra su questo). Ogni volta che visualizzi, metti “mi piace” o commenti contenuti, gli algoritmi imparano a prevedere ciò che ti piace. “L'algoritmo cerca di rendere le persone dipendenti”, ha dichiarato Guillaume Chaslot, fondatore di Algo Transparency, al Times. Chaslot ha affermato che ogni video che gli utenti guardano fornisce a TikTok maggiori informazioni su di loro e che “in poche ore” l'algoritmo è in grado di rilevare aspetti quali i gusti musicali, l'interesse per le droghe, l'eventuale depressione e altre ipotesi potenzialmente delicate”.

Conquistando i feed TikTok, questi marchi hanno un potere straordinario non solo di accelerare il ritmo delle tendenze, ma anche di manipolare la salute mentale dei giovani, mette in guardia Good on You.

“La dipendenza dal fast fashion è spesso il risultato di un'insicurezza”, dice Lili Fang a Good on You “Potrebbe trattarsi di un'insicurezza derivante dal non avere abbastanza, alimentata dalla pubblicità costante, o dal non sentirsi adeguati. Non è facile da risolvere, ma allontanarsi dalle situazioni che fanno sentire di non avere abbastanza o di non essere abbastanza è un buon punto di partenza”.

I costi reali del fast fashion sono però sempre più percepiti soprattutto dai millennial e dalla generazione Z. I giovani starebbero quindi diventando più attenti alla sostenibilità nei loro consumi, afferma McKinsey & Company. “Sono anche profondamente consapevoli che l'industria della moda è uno dei principali responsabili del riscaldamento globale. Secondo un sondaggio sul consumo sostenibile, la metà degli acquirenti della Gen Z in Cina ha dichiarato di voler acquistare meno fast fashion.

Tuttavia, secondo il rapporto The State of Fashion 2025, esiste un divario critico tra azione e intenzione. Mentre il 46% degli acquirenti britannici dichiara di evitare di acquistare fast fashion, più della metà ha effettuato un acquisto presso un rivenditore di fast fashion nell'ultimo anno”.

I numeri della moda insostenibile

L’industria della moda è responsabile del 10% delle emissioni globali di gas serra, causate di consumi energetici delle catene di fornitura e aggravate da un modello di business come il fast fashion, che produce abiti usa e getta progettati per diventare rifiuti dopo poche settimane.

La produzione tessile, inoltre, consuma 93 miliardi di metri cubi d’acqua ogni anno e il lavaggio dei tessuti sintetici rilascia annualmente 500 mila tonnellate di microfibre nei mari, in questo modo compromettendo anche la capacità degli oceani di assorbire carbonio e accelerando il cambiamento climatico.

Secondo la Ellen MacArthur Foundation, l'industria della moda produce oltre 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili all'anno, e il fast fashion vi contribuisce in modo significativo. Mentre marchi come Zara, H&M e Shein continuano a promuovere cicli di produzione sempre più rapidi, i costi ambientali e umani aumentano a un ritmo insostenibile.

Il 65% di questi rifiuti tessili, è costituito da fibre sintetiche derivate da combustibili fossili, con l'equivalente di un camion dei rifiuti pieno di indumenti bruciato o inviato in discarica ogni secondo.

Il nuovo report di Greenpeace Africa ‘Draped in injustice’, pubblicato nel 2025, svela la crisi dei rifiuti tessili in Africa, principale destinazione degli scarti tessili dell’Occidente.

Solo nel 2022, Angola, Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Tunisia, Ghana e Benin hanno importato complessivamente quasi 900.000 tonnellate di indumenti usati. Tra questi, è finito il 46% dei tessili usati dell'UE nel 2019.

Nel 2021, il solo Kenya ha importato oltre 900 milioni di capi di abbigliamento di seconda mano, principalmente dall'Europa e dal Regno Unito (anche se da allora la Cina è diventata il principale importatore del Kenya). Fino al 50% di questi capi è costituito da rifiuti inutilizzabili perché di scarsa qualità, macchiati, danneggiati o inadatti al clima, che finiscono in discariche come quella di Dandora, bruciati in incendi all'aperto e inquinando corsi d'acqua come il fiume Nairobi. Gli indumenti scartati vengono talvolta utilizzati come combustibile per tostare le arachidi, esponendo le persone a fumi tossici. I raccoglitori di rifiuti nelle discariche sono spesso privi di dispositivi di protezione, vulnerabili a malattie respiratorie causate dalla combustione.

Nel 2023, l'Uganda ha importato circa 100.000 tonnellate di abiti usati, principalmente da Cina, Stati Uniti e Canada. Fino a 48 tonnellate al giorno diventano rifiuti, finendo in discariche abusive, aree aperte o bruciate.

Il Ghana, il più grande importatore mondiale di abiti usati, riceve circa 15 milioni di capi di abbigliamento di seconda mano a settimana. Anche qui, la metà sono invendibili e finiscono in discariche abusive o vengono bruciati, all'aperto o come combustibile, ad esempio nei lavatoi pubblici. L'89% di questi rifiuti tessili contiene fibre sintetiche, che contribuiscono in modo significativo all'inquinamento da microplastiche nell'ambiente.

I rifiuti tessili negli spazi aperti e discariche abusive, causano la formazione di ‘spiagge di plastica’ lungo la costa e soffocano gli habitat naturali, tra cui le zone umide protette di Densu, di importanza internazionale.

I rifiuti tessili che finiscono in mare hanno un impatto negativo sulle comunità di pescatori. A Jamestown, in Ghana, i pescatori riferiscono di catturare più vestiti che pesci, il che indica un significativo sconvolgimento dell'ecosistema e una perdita di mezzi di sussistenza.

I rifiuti tessili scaricati in Africa, hanno inoltre gravemente inquinato i bacini idrici, come la laguna di Korle in Ghana e il fiume Nairobi in Kenya.

Nella definizione di Fast Fashion di Good on You, “gli indumenti sono ultra plastici, almeno per la metà realizzati con plastica vergine che rilascerà microfibre nei corsi d'acqua e nell'aria per anni a venire. Di conseguenza, gli impatti negativi sui lavoratori e sull'ambiente raggiungono livelli tristemente nuovi. E la situazione sta solo peggiorando”.

Cosa fare, quindi?

Un guardaroba etico e sostenibile dovrebbe essere minimal e contenere solo vestiti di qualità, pagati il giusto, da aziende che rispettano i diritti dei lavoratori, di produzione il più possibile artigianale e locale (altrimenti verificate che siano certificate le condizioni di lavoro nei paesi di produzione), in materiali naturali non misti (le fibre miste sono raramente separabili e quindi raramente riciclabili) come lino, canapa, ortica, bambù o altre fibre vegetali sostenibili, eventualmente cotone biologico, oppure in questi stessi materiali riciclati  in seta, lana e cashmere riciclati (questi ultimi, se nuovi, sfruttano animali e spesso in condizioni terribili).

Pagare il giusto per un lavoro ben fatto è certamente più oneroso, ma non è un problema se si comprano solo i vestiti che davvero servono, di qualità e che durano. Insomma, bisogna guardare le cose da una prospettiva completamente diversa e, in un certo qual modo, rivoluzionaria. Ecco alcuni punti chiave e i suggerimenti per fare la differenza nella propria vita e nel mondo della moda.

Acquista slow

Nel rapporto 2025, Good On You ha analizzato più di 1.500 marchi di moda e valutato i 10 marchi peggiori e i 10 migliori. Tra le buone notizie rilevate, “alcuni piccoli marchi che stanno lavorando per mostrare cosa significa operare in modo più responsabile”.

Good on You, è anche un’app scaricabile sul cellulare, per identificare di volta in volta i marchi etici e vedere come si posizionano i vostri preferiti.

Anche Vesti la natura ha un sito davvero molto utile per promuovere ed educare i consumatori alla moda responsabile, con guide e risorse gratuite.

Qui vi consiglio, per iniziare, alcuni marchi che personalmente trovo molto interessanti, innovativi e a km0. Per sostenere l’artigianato locale e premiare le buone idee sostenibili.

Rifò – nata nel 2017 per dare una risposta alla sovrapproduzione tessile, Rifò è un’azienda toscana giovane, dinamica e innovativa, B-corp dal 2020, con sede centrale e negozio a Prato, dove da oltre cento anni esiste la tradizione della rigenerazione tessile dei ‘cenciaioli’. 
Moda donna e uomo acquistabile online o in negozi fisici a Milano, Roma e Firenze. Mira ad una moda 100% circolare, sostenibile ed etica, seleziona materiali rigenerati, naturali e biodegradabili ed evita la sovrapproduzione con il metodo della prevendita (gli abiti sono prodotti di volta in volta a seconda degli ordini). Riprende inoltre i vostri vecchi abiti oppure li ripara.

Fili Pari – textile-tech start-up nata dall’idea di due universitarie di Milano. Realizza tessuti, fili, bellissimi impermeabili e accessori con materiali innovativi realizzati con polvere di marmo e minerali, utilizzando prodotti e sottoprodotti delle industrie della pietra italiani, trasformando lo scarto in opportunità nel pieno rispetto dell’economia circolare. Collabora con artigiani locali in una produzione che resta entro 120km, puntando alla sostenibilità, alla produzione etica, al riciclo e all’allungamento del ciclo di vita di materie prime bio-based e water-based, con tessuti naturali o riciclati certificati.

Woo Raincoat – impresa famigliare tutta al femminile. Produce impermeabili no gender e unisex (anche per cani!) realizzati a mano a Mesagne, in Puglia, con materiali riciclati e processi eco-friendly, combinando stile, artigianato e sostenibilità ambientale applicando la filosofia del make to order e del no waste, riciclando il tessuto di scarto, con cui produce accessori e prodotti per i nostri quattro zampe. Usa imballaggi riciclati e offre un servizio di riparazione e manutenzione dei vostri capi. Inoltre, devolve parte del ricavato ad un progetto in Kenya, dove la fondatrice di Woo, Giulia, ha trascorso alcuni mesi per la sua tesi di laurea.

Per quanto io utilizzi solo borse in pura canapa, segnalo per le appassionate di moda queste borse di design, che utilizzano materiali innovativi, sostenibili, vegan e cruelty free:

Vestella – progetto famigliare e made in Italy, produce borse e accessori in materiali innovativi, vegani, sostenibili e certificati, di origine vegetale e completamente cruelty free. Qualche esempio di materiali? 
Ohoskin®, materiale bio-based non fossile e riciclabile, ottenuto da arance e fichi d’india della Sicilia, sottoprodotti dell’industria cosmetica e alimentare; Uppeal™, materiale bio-based durevole e resistente, prodotto in Italia recuperando i residui industriali delle mele, che altrimenti verrebbero sprecati; Vegea®, ottenuto dai residui d’uva derivanti dalla vinificazione; Riceskin, tessuto bio-based ottenuto dalla lolla di riso, sottoprodotto della molitura del riso e dell’agricoltura, completamente upcycled e 100% Made in Italy; ma anche Desserto® ottenuto dai cactus e Piñatex®, ottenuto dalle foglie di scarto del raccolto dell’ananas nelle Filippine, con un basso utilizzo di acqua e privo di sostanze chimiche nocive.

Anema – realizza borse con metodi artigianali e materiali innovativi e vegan come Canapa biologica, cactus, Ohoskin® dalle bucce di arancia, Uppeal™ dalle bucce di mela, ma anche mais e PET riciclato recuperato in zone a rischio ambientale.

Molto interessanti anche i seguenti progetti:

Artknit Studios - utilizza solo materiali 100% naturali e biodegradabili come lana, cashmere riciclato (con una minima parte di cashmere vergine), cotone organico e lino. Per la questione dell’eticità della lana, il sito certifica che “La filatura Cardiff Cashmere impiega molte delle sue risorse per educare i pastori al rispetto del benessere degli animali. Due volte all'anno, infatti, visitano le loro fattorie in Cina e in Mongolia per controllare gli allevamenti degli animali, decidendo di fornire solo fibre che vengono prodotte in base ad alti standard etici.”

Opera Campi – utilizza canapa e lana, ma non offre dettagliate certificazioni sull’eticità della lana, dichiarando unicamente che “Proviene dalle fattorie selvagge australiane, è filato in Europa ed è privo di mulesing”.

Parleremo in un altro articolo di come la lana vergine non sia accettabile per i vegani e se e quali alternative ci sono.

Aramù – capi moda di produzione sartoriale, dal taglio attuale e morbido, realizzati a partire da tessuti di alta qualità provenienti dalle giacenze di importanti tessiture italiane, soprattutto biellesi. Un bell’esempio di riutilizzo dell’invenduto.

Biosughero – non è un’azienda prettamente di abbigliamento, ma crea comode e igieniche scarpe in biosughero, che consiglio vivamente. Il sughero è riciclabile al 100%, e proviene da una filiera di estrazione e lavorazione improntata alla sostenibilità ambientale (l’albero non viene tagliato, solo scorticato e poi lasciato a rigenerarsi). Inoltre è traspirante, impermeabile, atossico, antistatico, antibatterico, antiscivolo, autoestinguente e lungamente durevole. Adatto per molti usi, come dimostra l’azienda.

Infine, ci sono sempre più aziende, anche di alta moda, che producono abiti con materiali riciclati come bottiglie di PET, pneumatici, reti da pesca etc, ma personalmente ritengo che, per quanto buone idee, non siano la migliore soluzione per vestiti che vanno lavati spesso (ogni lavaggio disperderebbe comunque nell’ambiente centinaia di migliaia di particelle di microplastica, inquinando i corsi d’acqua e di conseguenza quello che mangiamo e beviamo).

I rifiuti plastici, per come la vedo io, andrebbero riciclati per farne materiali sintetici o plastici che non vanno lavati molto (come giacconi o tessuti tecnici per usi speciali, se non se ne può fare a meno) o prodotti elettrici o elettronici che, ad oggi, non hanno ancora alternative naturali abbastanza sviluppate.

Minimal e sempre al top!

Nuovi trend in rapida crescita dimostrano come i consumatori siano sempre più consapevoli delle derive del consumismo, ma anche sempre più saturi e in aperta opposizione al superfluo, che riempie le nostre case e le nostre menti facendoci perdere il punto su noi stessi e i veri valori. Trend che sposano, inconsapevolmente, i valori della decrescita e dell’a-crescita.

Primo passo verso il benessere: un radicale decluttering di tutta casa, guardaroba compreso, tenendo solo ciò che ci dà gioia e che ci fa sentire bene con noi stessi o che ci dà emozioni, come spiega la guru del decluttering Marie Kondo, autrice del libro ‘Il magico potere del riordino’.

Se la casa è in ordine e tutto a portata di mano, noi siamo più sereni e rischiamo meno di accumulare l’inutile. È inoltre dimostrato che il disordine aumenta lo stress e diminuisce la produttività.

Secondo passo verso il benessere: abbracciare uno stile di vita minimalista. Per i neofiti, consiglio di leggere il libro ‘Solo cose belle’ della youtuber Irina Potinga di ‘Spazio Grigio’.

Di conseguenza, compriamo poco, pochissimo, solo quanto e quando serve e se veramente serve. E conserviamolo finché serve, ci dà emozioni e ci rappresenta.

Inoltre, scegliere un outfit personale e caratteristico, identificativo di chi vi sentite veramente, è una tecnica molto in voga tra le persone di successo. Ricordate Steve Jobs e il suo dolcevita nero? Prima di iniziare il decluttering, fate un’analisi di voi stessi e di quale immagine di voi vi fa sentire bene.

Trovate altre idee interessanti per avviarvi all’eco-minimalismo anche su Minimalist Vegan (in inglese) ‘10 Simple Steps To Get Started With Eco-Minimalism’.

Basic durano di più e sono sempre eleganti

Create un guardaroba-capsula: capi basici, semplici, tagli senza tempo, magari a tinta unita. Sono quelli i capi davvero duraturi: quelli che non danno nell’occhio, che non passano mai di moda, che non ci annoiano mai. Quando non saranno più adatti ad essere messi al lavoro, potremo riutilizzarli casa o al parco col cane, essendo sempre vestiti come ci sentiamo meglio anche lì.

Non lasciatevi sedurre dalle ‘pacchianate’ frutto di una pazzia momentanea: sapete già che lo usereste solo in rare occasioni (se non una sola) e che se lo metteste spesso sarebbe percepito come ripetitivo e diventerebbe quasi subito obsoleto. Non si nota, se gli abiti sono semplici e sobri, ma balza subito all’occhio se sono stravaganti!

L’eleganza vera è sempre sobria e mai sopra le righe. Chi ha occhio per capire capirà il vero valore di quello che avete addosso. Chi non ce l’ha, non è necessario che capisca, voi andate oltre a testa alta. E, onestamente, la vera eleganza è come li portate. Se davvero volete che il mondo si giri al vostro passaggio, lavorate su voi stessi, sui modi di porvi verso gli altri: apertamente, umilmente ma con sicurezza. Sta tutta lì, l’immagine.

Prendetevi cura dei capi che amate e vi accompagneranno a lungo

I capi di qualità sono fatti per durare, ma vanno trattati bene. Rispettate sempre le indicazioni di lavaggio, asciugatura e stiratura e i vostri capi, se sono di qualità, resteranno belli a lungo. Se si rompono, aggiustateli o, se non siete capaci, cercate una piccola sartoria nella vostra zona. Se si sgualciscono, riutilizzateli diversamente (per esempio in casa o per passeggiare con il cane).

Certo, occorre prendersi il tempo. Per questo è importante tenere e comprare solo capi dei quali avete voglia di prendervi cura!

Regalate o rivendete

Per vestiti in buono stato ma che non vi vanno più bene (per taglia, stile o perché legati a emozioni che non volete ricordare), pensate al riutilizzo: scambiateli con le amiche, regalateli ad associazioni affidabili che li ridistribuiscano a chi ne ha davvero bisogno, o rivendeteli (esistono ormai diversi siti e app per la moda di seconda mano).

Riciclate con creatività

Quando non sono più regalabili, rivendibili o indossabili neanche in casa, analizzate la stoffa: potrebbe servire per farne stracci per le pulizie. Ne trarrete anche un importante risparmio di denaro, perché non dovrete mai più acquistarne (come si faceva prima che venissero prodotti gli stracci sintetici in commercio).

Ma potete anche creare borse, cuscini, copriletti, per esempio con la tecnica del patchwork. Non vi servono neanche tutorial: mettete i tessuti sul tavolo e sbizzarritevi a riposizionarli per ideare qualcosa di nuovo, poi, cucite!

Come ultima opzione, conferitele nei cassonetti appositi, informatevi su quali riutilizzano in modo trasparente i vecchi abiti per cause di valore o che veramente ne riciclano il tessuto per farne nuovi abiti.

Donateli ad aziende impegnate nell’economia circolare

Se avete fatto un buon acquisto iniziale, dovreste ora trovarvi con vestiti in tessuto naturale composti per la maggioranza da un’unica fibra (i tessuti misti sono raramente riciclabili, finendo in discarica). Questi abiti sono ampiamente riciclabili e possono dare vita a nuovi vestiti ricondizionati di qualità eccelsa!

Per esempio, potete donarli a Rifò, che offre un servizio di raccolta indumenti usati trasformandoli in nuovi abiti di altissima qualità.

"Consuma meno; condividi meglio." 

Hervé Kempf, giornalista e scrittore

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